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ED ECCO LA P3 PDF Stampa E-mail

Roma, 22 luglio ’10 (Fuoritutto) Che la procura distrettuale antimafia di Roma con le migliaia di intercettazioni a strascico, “assolutamente indispensabili ai fini della prosecuzione delle indagini” per reati di mafia e narcotraffico, venga a conoscenza di vari fatti è assolutamente normale. Che in taluni fatti del tutto “normali” quali possono essere incontri conviviali e non per raccomandare un magistrato che aspiri a ricoprire il posto apicale di un importante ufficio giudiziario vengano ravvisati ipotesi di reato particolarmente grave per coloro che abbiano interposto i loro buoni uffici per caldeggiare una nomina anziché un’altra lascia perplessi.
Non che il fatto che ciò sia sempre avvenuto giustifichi certi comportamenti, sicuramente censurabili, ma sembra che i pubblici ministeri che ipotizzano reati associativi di dubbia configurabilità e chiedano la custodia in carcere di persone di età più che rispettabile siano delle novelle “alice nel paese delle meraviglie” che di tali cose non avevano mai sentito parlare.
Tutti i magistrati sanno delle grandi manovre che precedono ogni nomina e degli accordi che a livello correntizio e politico (visto che il CSM per un terzo è composto da politici) concludono i contrasti sulla nomina di un procuratore della repubblica o di un presidente di tribunale o di corte di appello e tutti sanno come certe decisioni vengano prese, prima ancora che nelle sedi competenti, altrove.
Tutti i magistrati sanno che se si potessero intercettare le telefonate e le conversazioni private dei componenti del CSM per soli quindici giorni emergerebbero una serie di segnalazioni per favorire un candidato piuttosto che un altro.
Basti pensare al 2007 allorquando una spartizione correntizia definì l’assegnazione dei quattro posti di procuratore aggiunto di Roma (uno dei quali andò al titolare delle odierne indagini sulla cosiddetta P3) per rendersi conto del peso che hanno avuto le riunioni correntizie riservate, magari prudentemente effettuate in mura domestiche prive di microfoni e microspie. Del resto accade ancor oggi a pochi giorni dalla scadenza del mandato consiliare per la nomina di un procuratore aggiunto di Roma che vede toghe rosse e area moderata divise su due nomi caratterizzati più da forti connotazioni politiche che professionali.
La storia e le consuetudini del CSM erano ben note al titolare delle indagini sulla P3. Egli stesso, prima di abbandonare ogni velleità di candidarsi al CSM nel lontano 1990 in quanto pretermesso da logiche di gruppo che videro prevalere un leader correntizio su di lui e sullo stesso Giovanni Falcone, avrà certamente saputo delle riunioni conviviali nelle quali venivano decisi i destini professionali degli aspiranti a ricoprire incarichi istituzionali di massimo prestigio.
Tutti i magistrati che seguono le vicende associative, correntizie e consiliari sanno quali riunioni abbiano sempre preceduto le nomine dei capi degli uffici romani e in particolare dei procuratori della repubblica della Capitale, che secondo taluni nel manuale Cencelli equivarrebbe per importanza al posto di tre ministeri.
Tutti sanno come in passato non sono mancati i contrasti, i pettegolezzi e i tentativi di gettare fango sugli avversari, diffondendo particolari di cronache segrete talvolta anche infamanti.
Ma solo l’intermediazione dei novelli “pitreisti” appare degna di severa punizione in sede penale.
L’attuale presidente della corte di appello di Milano è stato raccomandato è indubbio. Aveva alle sue spalle un curriculum di tutto rispetto ed un passato di uomo di corrente (Unicost), ma chi è tanto sciocco da pensare che anche il suo antagonista (sostenuto dalle cosiddette toghe rosse) non lo fosse? Non vi sono intercettazioni telefoniche che diano contezza delle iniziative intraprese dalle toghe rosse per sostenerne la candidatura da contrapporre a quella dell’attuale presidente ormai in disgrazia, ma forse l’unica differenza è che per la candidatura dell’antagonista gli incontri e gli accordi sono stati presi dinanzi ad un panino in un bar vicino ad un ufficio giudiziario, piuttosto che davanti ad un buon pranzo offerto in un elegante appartamento.
Ogni commento sembra prematuro e affrettato. Non resta che aspettare l’esito delle indagini e le decisioni del nuovo C.S.M. prudentemente investito del caso dal Capo dello Stato.
Sarà alquanto difficile che una fantasiosa, pur se tecnicamente insostenibile, ipotesi di reato configurata da alcuni pubblici ministeri capitolini, condivisa da un gip e da un tribunale del riesame (che a Roma gode dell’alto gradimento delle toghe rosse) regga nei più alti gradi di giudizio.
Nel frattempo non resta che subire lo stillicidio quotidiano delle pagine e pagine di intercettazioni che a dispetto di qualsiasi diritto alla privacy vengono pubblicate.
(Sal)

 

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