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Roma, 22 luglio ‘10 (Fuoritutto) Uno spiraglio di pace s'è aperto per il Medioriente con i due incontri avuti dal Premier israeliano Benjamin Netanyahu.Il primo, certamente il più importante quello tenuto a Washington il 6 luglio con il Presidente Obama, nel quale Netanyahu ha promesso che in autunno riprenderà gli incontri con l'Autorità Palestinese per giungere ad un accordo di pacificazione che apra la strada alla coesistenza di due Stati, due popoli e due democrazie.
Il secondo a Gerusalemme, con Lady Ashton, ministro degli Affari Esteri e della Sicurezza dell'Unione Europea, con il quale ha dichiarato di essere pronto a procedere ad un alleggerimento delle misure d'embargo nei confronti del territorio di Gaza. L'incontro, avvenuto a Gerusalemme il 18 luglio, è anche significativo di un risveglio della diplomazia europea, che può svolgere un positivo lavoro in Medioriente, nonostante il fatto che il ripetuto rinvio dell'adesione turca all'Unione stia rischiando di creare una pericolosa situazione di avvicinamento di Ankara all'Iran, con un conseguente pericolo per la nazione ebraica. Pericolo accentuatosi dopo i fatti del 31 maggio scorso, quando gli israeliani operarono maldestramente tra l'altro, 1'attacco alla nave turca che apriva il convoglio delle imbarcazioni"pacifiste" nelle acque prospicienti a Gaza. C'è chi sospetta che quello stesso incidente fosse un siluro alla politica di Netanyahu, partito dall'interno del suo stesso schieramento politico. Infatti, il premier si trovava in quel momento in Canada, nella attesa di spostarsi alla Casa bianca dove lo attendeva il Presidente USA. Con il quale dovette rinviare l'incontro a luglio, per precipitarsi nel suo paese a porre un rimedio sia pure tardivo all'accaduto che rischiava l'isolamento di Israele nel mondo. Riuscì a smentire la notizia che i pacifisti che erano stati fatti sbarcare con la forza dalle imbarcazioni ed arrestati fossero dichiarati terroristi permettendone conseguentemente l'immediata liberazione. In tal modo Netanyahu vinse la prova di forza con l'estrema destra che fa capo al Ministro degli Esteri Liebermann, idolo dei coloni della Cisgiordania, che non vuole che si sviluppi il percorso della "road map" che dovrebbe portare alla pacificazione ed alla coesistenza dello Stato Ebraico con quello Palestinese. L’estrema destra sogna da sempre la Grande Israele, intende mantenere i territori occupati nei quali sta espandendo gli insediamenti, e sviluppando un enorme volume di affari commerciali e finanziari. Netanyahu converge con questa destra sui problemi della sicurezza di Israele, che sono ovviamente un obiettivo essenziale. Ma diverge su due questioni. La prima è quella economico - finanziaria. Vede con apprensione il crescere di disuguaglianze sociali anche all'interno della società israeliana, un tempo ispirata all'egualitarismo dei sionisti socialisti, da Ben Gurion a Rabin ma oggi contrassegnata da una rapida quanto clamorosa concentrazione della ricchezza nelle mani di un ristretto numero di famiglie, quelle dei cosiddetti "oligarchi'. Per questo il premier ha recentemente chiesto all'Autorità Antitrust del paese di apprestare entro tre mesi una rigorosa legge contro le concentrazioni monopolistiche. E sono proprio gli "oligarchi" la base della concezione che vuole la Grande Israele con il mantenimento di tutti i territori occupati. Netanyahu invece è un uomo della destra moderata, che vuole l'unità nazionale, la difesa senza cedimenti del paese, ma anche la pacificazione con i palestinesi, e si muove sulla scia della tradizione dei Dayan, e di Begin, è pronto ad andare avanti, anche con l'aiuto degli Stati Uniti d'America e dell'Europa. (Lan)
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