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Roma, 8 luglio ’10 (Fuoritutto) Abbiamo intervistato Spencer Di Scala, ordinario di Storia e direttore di Master, University of Massachusetts Boston, sul suo nuovo libro su Vittorio Emanuele Orlando (Londra: Haus, 2010) che da particolari inediti su un autorevole personaggio della vita politica italiana protagonista del trattato di pace della prima guerra mondiale ed insigne giurista.
Prof. Di Scala, come mai ha scritto un libro su Vittorio Emanule Orlando? “Me l’ha chiesto di scriverlo la Haus Publishing di Londra, per la collana “Makers of the Modern World”, una serie di libri sulle conferenze di pace che si sono tenute a Parigi, ed i trattati che si sono firmati tra il 1919 e il 1923, dopo la Prima Guerra Mondiale”. Cosa ha trovato quando ha cominciato a fare le ricerche per il libro? “Mi sono subito accorto che su Orlando c’era molto poco. In inglese non esiste un libro dedicato a lui e anche in italiano c’è quasi niente. Nella storiografia, specialmente di lingua inglese, Orlando è come un fantasma. Appare nel 1917 dal nulla, fa il Premier, va a Parigi dove ottiene ben poco, e poi scompare. Eppure è vissuto fino all’età di 92 anni! Invece Orlando era il giurista più famoso d’Italia, e le sue idee sono ancora attuali. Aveva fatto il ministro più volte sotto Giolitti. Ha cercato la pace tra Stato e Chiesa, sostenendo sempre i diritti dello Stato. Era stato Ministro durante la Prima Guerra Mondiale, ed aveva cambiato il volto della guerra per l’Italia. Ha capito più d’ogni altro italiano che quella guerra era diventata una guerra dei popoli e ha riorganizzato il paese e le forze armate per vincerla nonostante i giorni bui dopo la disfatta di Caporetto”. Ha scoperto qualcosa di nuovo della Conferenza di Parigi inerente all’Italia? “Le domande che l’Italia ha fatto durante la Conferenza, le risposte che hanno dato gli Alleati, la disputa tra gli italiani e Wilson, l’abbandono della Conferenza da parte degli italiani, si conoscono abbastanza bene. Quello che ho trovato di nuovo o, almeno, non se ne parla mai, è l’entità delle manovre da parte degli Alleati di mettere l’Italia in una cattiva luce per vincere la loro causa. I peggiori furono i francesi e gli americani, particolarmente il Presidente Wilson. I francesi non avevano dimenticato il rifiuto di Diaz di intraprendere un’offensiva contro gli austro-ungarici per alleviare la pressione che i tedeschi esercitavano sul loro fronte occidentale dopo la sconfitta della Russia. Diaz non li ascoltò perchè lui non si riteneva pronto per un’offensiva e gli austriaci, nonostante lo sgretolamento del loro impero fosse incominciato, erano ancora forti militarmente. I francesi hanno poi calunniata il vostro Paese sostenendo che gli italiani avevano cominciato a combattere a guerra finita. Io ho documentato questa calunnia nel mio libro. Per quanto concerne Wilson, lui si era arreso agli anglo-francesi che si opponevano ad alcuni dei suoi famosi Quattordici Punti e quindi aveva deciso di rimanere fermo contro gli italiani. Inoltre, Wilson era un razzista e detestava gli italiani. Alla Conferenza si sostenne che l’Italia chiedeva troppo pur non avendo combattuto. Ma questo non è vero. Gli italiani hanno combattuto quanto gli altri sul fronte più difficile della guerra e, in confronto agli inglesi e francesi, hanno ottenuto ben poco”. Quale effetto ha avuto la Conferenza di Parigi sulla sorte dell’Italia? “Questa è una domanda molto interessante. Nel mio libro ho scritto che il modo in cui l’Italia fu trattata alla Conferenza di Parigi, e l’impatto che ha avuto questo trattamento, è una delle principali ragioni dell’ascesa del fascismo. Certo non l’unica, ma è una ragione che è stata ed è tuttora sottovalutata dalla storiografia e va rivista”. Qual’è stato il ruolo di Orlando durante quel periodo storico? “Se la guerra fosse finita ‘normalmente’ per l’Italia, cioè se gli Alleati non avessero contribuito all’ascesa del fascismo e lo Stato Liberale fosse sopravvissuto, Orlando, secondo me, avrebbe avuto delle buone chances di prendere il posto di Giolitti e lo Stato Liberale sarebbe continuato. Inoltre, la Conferenza lo ha fatto scomparire dalla scena politica. Se fosse rimasto come Premier, anche durante la crisi, credo che avrebbe trovato il coraggio di fermare Mussolini”. Qual’è stato il suo ruolo dopo la fine della Conferenza di Parigi? “Orlando non è stato mai più Presidente del Consiglio. Quando Mussolini è arrivato al potere, Orlando, come altri liberali, sperava che avrebbe portato la pace e la stabilità politica, ma si oppose a Mussolini dopo il delitto Matteotti. Dopo un breve cedimento durante la guerra d’Etiopia, si oppose di nuovo. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale appoggiava la democrazia e voleva uno stato che assomigliasse all’Italia liberale che Mussolini aveva distrutto. Per due volte fu vicino ad essere nominato Presidente del Consiglio ed aveva una forte probabilità di essere eletto Presidente della Repubblica se non si fosse pronunciato decisamente contro il Trattato di Pace che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale per l’Italia, perdendo l’appoggio dei democristiani”. Quale impatto lei spera che avrà il suo libro? “Una traduzione italiana del mio libro mi farebbe piacere. Credo che il mio lavoro sollevi delle questioni nuove che sono state o ignorate o male interpretate dalla storiografia, sia su Orlando sia sul ruolo dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Ci sono molti miti e luoghi comuni su Orlando e sulla deviazione della democrazia italiana a causa della guerra e della Conferenza che ho cercato di sfatare. Spero che la storiografia, sia quella italiana che quella di lingua inglese, ne prende nota”. (Gug)
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