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IL DECRETO ERMENEUTICO PDF Stampa E-mail
Roma, 11 marzo ‘10 (Fuoritutto) Di fronte alla autentica pochade che si è svolta in questi giorni davanti agli occhi degli italiani, una sola domanda potrebbe apparire del tutto sensata. Una domanda che andrebbe rivolta in primo luogo al presidente del Consiglio in carica.
Ed avrebbe il seguente tenore: cosa avrebbe fatto Lei, signor Presidente, se quanto accaduto in Lombardia e nel Lazio, con le estromissioni iniziali delle liste del PDL dalla competizione elettorale, dovute l'una al vizio riscontrato nelle firme di presentazione e l'altra alla mancata presentazione nel termine perentorio previsto dalla legge, fosse accaduta non al partito di cui lei ha la leadership, ma al partito dell’opposizione? Avrebbe chiesto anche in quel caso ugualmente un decreto sia pur interpretativo per sanare la posizione del PD per permettergli partecipare alla competizione elettorale, come ha fatto in favore del suo partito? Crediamo sia lecito dubitarne, e dubitarne fortemente. Eppure, ricevuto dal popolo l’incarico di Capo del Governo, Berlusconi è il Presidente del Consiglio di tutti i cittadini, non solo del suo partito o dei partiti suoi alleati. E quindi se è nel diritto del suo partito - come ha rivendicato - di partecipare alle elezioni di qualsiasi tipo, dovrebbe farsi interprete allo stesso modo dei diritti dei cittadini che appartengono o votano per il partito avversario. Ed anche di quei partiti minori, che non possono scomparire soltanto parche nella ricerca da parte di quelli più forti, di un sistema bipartitico che li fagociti, essi debbano svanire con ogni mezzo ed ogni artificio.
Se il Presidente del Consiglio avesse speso una sua autorevole parola in tal senso, la sua posizione rivolta a salvare dall'esclusione il suo partito, sarebbe apparsa credibile e positiva. La sua non sarebbe stata, in quel caso, imputabile di essere stata quella di chi ha richiesto (e ottenuto) un decreto 'ad listam'. Bensì sarebbe apparsa come quella di un governante sensibile ai diritti di tutti e non solo di una parte. Invece, egli non ha proferito parola e presumibilmente non soltanto per distrazione o per smemoratezza.
Dal canto suo il Capo dello Stato non poteva assumersi la responsabilità di aprire un conflitto istituzionale su un terreno così viscido ed insidioso. Ha dato prova di senso di responsabilità, e non merita affatto gli strali velenosi di coloro che cercano gloria. Tra cui, in prima fila, 1' ineffabile Di Pietro Che come quel cavaliere dell'Ariosto "non se ne era accorto - andava combattendo - ed era morto". Sarebbe quindi tanto più opportuno che il PD ed il suo leader non si facessero abbracciare da chi è politicamente defunto, per evitare di lasciarsi trascinare nel baratro del giustizialismo e dell'estremismo.
Nonostante la correttezza dimostrata dai TAR del Lazio e della Lombardia, s'apre una sarabanda di ricorsi, mentre lo scontro tra le parti si sposta sulle piazze ed in Parlamento, a meno di venti giorni dal voto. La confusione accentuata e non risolta dal decreto, ne dimostra l'inutilità e l’inefficacia. La trovata di un provvedimento che si definisce interpretativo (cioè ermeneutico) serve a ben poco, o a niente. Se non a dimostrare che i dilettanti della politica provenienti dalle valli leghiste o dagli studi delle televisioni commerciali sono come gli ignoranti che amano le parole difficili di cui non capiscono nemmeno il significato. Lasciassero a casa l’ermeneutica e rispettassero i testi delle leggi: sarebbe meglio per tutti, soprattutto per loro.
Comunque le sentenze dei Tar e della corte di appello di Roma hanno confermato la totale inutilità del decreto. Ormai sembra ci si sia avviati al voto; per cui la parola finalmente spetta agli elettori.
(Lan)

 

 

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